Perché valiamo solo se abbiamo successo?
Storia di un magistrato scapestrato e scalcinato, alle prese con il suo disagio di vivere e un caso difficile da risolvere.
Gennaio è per definizione il mese dei nuovi inizi. Anche se, devo dire la verità, io sono del team di settembre, per me è dopo l’estate che si azzera tutto e si riparte da capo.
Ad ogni modo, mentre riflettevo sul tema degli obiettivi, mi è venuto in mente che ormai è diventato proprio un must il fatto di stilare la lista di cosa vogliamo fare nel nuovo anno, dove vogliamo arrivare e chi vogliamo diventare. Capiamoci: non sono una nemica delle liste, tutt’altro, le amo. Sono così rassicuranti, così chiare. Tu le scrivi e tutto si semplifica: la spesa viene bene, a lavoro capisci subito cosa devi fare ogni giorno, ti aiutano anche a chiarire cosa vuoi fare della tua vita.
Ma siamo davvero obbligati ad avere un’idea precisa rispetto a chi o cosa vogliamo essere?
Ho paura che la frenesia degli obiettivi stia generando una forte ansia sociale, ansia da prestazione, ansia da pianificazione. Ansia in ogni direzione.
Il protagonista dell’ultimo romanzo che ho letto, Procedura di Salvatore Mannuzzu, vive una condizione di disagio nei confronti della vita che si sposa bene con questo malessere sociale: lui è un magistrato, non troppo irreprensibile, poco amante delle regole, vive in una casa e con una testa in costante disordine. Non si sente un bravo giudice, anche a causa di trascorsi lavorativi discutibili, si perde nelle sue indagini, non fa sempre quello che deve, non sa bene quale sia il suo posto nel mondo e nemmeno il posto in cui vivere.
Lui vive, nonostante tutto va avanti, ma gli cogli sempre quella sfumatura nostalgica, quella irrequietezza di non sapere bene dove stare e con chi. Una condizione in cui ognuno di noi penso si ritrovi o si è ritrovato almeno una volta nella vita.
Ma perchè il fatto di non sentirsi bravi, arrivati, persone di successo, deve mettere in discussione il nostro valore e il nostro senso dello stare al mondo?
Ecco, forse stiamo sbagliando il metro di misura. Stiamo misurando troppo la nostra esistenza con obiettivi prettamente professionali: raggiungere una certa posizione lavorativa, uno stipendio invidiabile, avere un determinato tipo di casa, avere successo, comparire su giornali, telegiornali, libri, film e quello che ti pare.
Quando abbiamo iniziato a pensare di contare qualcosa in relazione al numero di obiettivi che raggiungiamo? Ecco, forse dovremmo rivalutare i pesi e le misure con cui guardiamo e giudichiamo costantemente la nostra vita.
Dobbiamo per forza arrivare alla vetta più alta? No
Dobbiamo per forza avere degli obiettivi ambiziosi su chi vogliamo essere? No
Dobbiamo per forza avere una lista di obiettivi? No
Nel 2020 mi capitò tra le mani un libro per me davvero illuminante, Tutta un’altra vita di Lucia Giovannini. Una frase che diceva “Valgo in quanto essere umano, semplicemente perchè esisto” mi aveva completamente spiazzato, perchè fino a quel momento avevo misurato ogni cm del mio valore con i traguardi che raggiungevo e il riconoscimento che arrivava dall’esterno.
Rivedermi senza il contatore dei successi mi ha fatto bene, mi ha dato leggerezza: ho capito che il mio senso e valore nel mondo non dipendevano dalla carriera che avrei avuto, ma dal semplice fatto di esistere, di aver pianto disperatamente il pomeriggio di quel 18 gennaio di 40 anni fa.
Il magistrato scapestrato del nostro romanzo non mi pare particolarmente incline a un tale ragionamento: niente della sua vita si pacifica all’interno del romanzo, il caso di omicidio che è chiamato a risolvere è più complesso del previsto e trova nella stessa giustizia uno dei suoi peggiori ostacoli. La lettura però ti appassionerà. Uno perchè il suo restare una persona irrisolta fa bene al cuore di tutte noi persone eternamente irrisolte. E due perchè mette in luce un concetto che in questo periodo è più attuale che mai: la verità è una brutta bestia e a volte accettiamo per vero ciò che non lo è, magari perché è meno scomodo e più conveniente della verità stessa.
Ti saluto con questo pensiero: a volte dovremmo semplicemente vivere e goderci quello che la vita ha in serbo per noi. Le liste riempiono gli spazi, sono rassicuranti, sono una bussola. Magari nel 2026 continuiamo a scriverle, ma con la consapevolezza che nella vita mica possiamo controllare tutto, tanto fa un po’ come le pare.
Ah, per la prossima volta se ti va leggiamo insieme Le ragazze sono partite, di Giacomo Mameli.


