Hai più paura della morte o della vita?
Storia di Ettore Manfredini, classe 1922, della sua famiglia, di un mattatoio e di una vita che diventa viva solo sul letto di morte.
L’idea della morte ci spaventa.
Lasciare tutto e tutti. E pensare che le persone a cui siamo affezionate continueranno comunque le loro vite. È egoista lo so, però dà una stizza terribile. Tu che te ne vai e loro, magari a distanza di un po’ di tempo, continuano ad andare a cena fuori, a prendere il caffè al bar, a comprare vestiti nuovi, a viaggiare per il mondo. Speriamo che i nostri cari siano felici, ma ci sentiamo anche terribilmente tristi per questo show must go on, come se in fondo la nostra presenza valga quanto quella di chiunque altro.
Eppure ti sei mai chiesto se ti spaventa di più morire o vivere davvero? Leggendo l’immensa distrazione di Marcello Fois ho pensato proprio a questo.
Ettore Manfredini si trova nel letto di morte che ha già 95 anni: potremmo dire che la sua vita se la sia goduta alla grande. E invece, mentre riavvolge il nastro della sua esistenza e rivive tutti gli episodi salienti della sua storia, riesce per la prima volta a collegare i puntini tra le cose, a capire il senso di ogni azione sua e dei suoi famigliari. E si accorge di aver vissuto una vita terribilmente breve.
Siamo perennemente distratti, la verità è questa.
Viviamo ogni giorno al 50% delle nostre possibilità, pensando che arrivare alla fine della giornata senza aver mandato a quel paese i colleghi o senza aver avuto un tracollo nervoso sia già un grande traguardo. E forse lo è, nella vita che ci siamo costruiti, in cui tutto è esposto e conta molto di più quello che gli altri vedono in noi piuttosto che quello che noi stessi vediamo.
Ho iniziato a pensare a questo leggendo le pagine di Marcello Fois e ne sono stata contenta, perché lui ripete spesso che se un libro non ti smuove niente dentro forse è meglio buttarlo. L’immensa distrazione non merita certamente questa fine, perché smuove tanto, smuove tutto.
In particolare c’è un personaggio del romanzo che davvero mi ha intrecciato le budella, che ha riempito i miei pensieri nei viaggi in auto verso l’ufficio e mi ha fatto venir voglia di parlarne con almeno 3 persone, che di questo libro non sapevano niente.
Lei è Enrica ed è una delle 3 figlie del protagonista Ettore Manfredini.
Lei è nata per non disturbare, per fare le cose per bene, per essere sempre perfetta. Nessuno si deve preoccupare per lei perché ci pensa lei a non far succedere niente di male o di sbagliato. Missione: -pensate ai vostri problemi, io cercherò di non darne altri-. Anche il peggiore degli psicologi direbbe che dietro si nasconde un desiderio profondo di approvazione da parte di tutti, ma tralasciamo quest’analisi.
Essere la figlia perfetta mi fa pensare alla fatica che ci vuole. A quanta energia si impiega a cercare di compiacere tutti, ad essere accondiscendente in modo che nessuno si arrabbi, ad impegnarsi il doppio in modo che tutti siano soddisfatti del tuo lavoro, a dire solo parole cortesi e diplomatiche in modo nessuno ci possa rimanere male.
Ma il punto è che questo modo di vivere ad un certo punto ti fa scomparire nel nulla. Sia perché ti disintegra, sia perché la perfezione non ti rende unica, ti rende solo trasparente.
E le persone poi ci si abituano e quando vedono una minima sbavatura sono prontissimi a fartelo notare, a puntarti il dito contro se quella volta non sei stato comprensivo, se hai detto una parola di troppo. Quando abitui le persone a non lamentarsi mai di te non accettano i tuoi errori, non accettano che tu possa essere umana. La perfezione è difficile non solo da creare, ma soprattutto, da mantenere. E che palle!
E poi arrivi al punto che ti chiedi: ma io chi cavolo sono?
Perché in questo farti andar bene tutto anche tu ad un certo punto non ci capisci più niente e non riesci a distinguere le cose che vuoi da quelle che non vuoi.
Anche Enrica capisce di essere diventata l’invisibile della famiglia e nel suo atto di ribellione, mi ha intenerito tantissimo.
Immagina la scena: è il battesimo del figlio di tuo fratello, unico figlio maschio, primogenito. La tua famiglia è estremamente credente. Tu sei stata prescelta insieme al tuo fidanzato perfetto e di buona famiglia per essere la madrina. Fantastico. È mattina, tutti si stanno agghindando per andare in chiesa. Il vestito più bello, il profumo, il rossetto. - Sei pronta? Guarda che stiamo andando!- Si mamma, iniziate ad andare, arrivo anche io!-
E invece no, Enrica non si presenta in chiesa. Si ribella a sé stessa prima che agli altri.
Se ne va tra i campi, tutto il santo giorno. Non le importa nulla delle conseguenze del suo gesto, lei vuole che questa disobbedienza venga notata, vuole che i suoi famigliari le chiedano: “Che diavolo ti è saltato in testa?”. Vuole scatenare l’inferno per poter dire finalmente “mi sono rotta le scatole di essere quella che non sbaglia mai!”. Coraggiosa, senza dubbio. Se non fosse che nessuno le chiederà mai cosa le sia passato per la testa. La guarderanno con occhi di disappunto, delusione, ma nessuno si interesserà al suo perché.
Ecco, questa parte del romanzo mi ha aperto un mondo.
Il tema è che se noi non decidiamo di vivere fino in fondo e di essere chi diavolo vogliamo essere, non sarà certamente il mondo a preoccuparsene. Siamo noi che dobbiamo accorgerci del mondo e di noi stessi e vivere di conseguenza. E dovremmo smettere di essere così tremendamente distratti e iniziare a cogliere il senso delle cose che ci accadono intorno e di quello che noi vogliamo far accadere nel mondo.
A volte siamo talmente presi a filmare la nostra corsa verso chissà che cosa che non ci rendiamo conto nemmeno di chi o cosa lasciamo indietro, oppure di chi vuole restare indietro e noi ci ostiniamo affinché corra con noi e alla nostra velocità.
Quasi quasi la morte, vista dalla prospettiva di Marcello Fois, fa meno paura di questa vita in cui tutto ci sfugge, tutto ci appare reale solo quando ci riguarda direttamente mentre il resto rimane lontano e non ci sfiora.
Quando prendiamo coscienza di come i puntini siano uniti tra loro, di come il quadro sia davvero composto, è spaventoso. E vuol dire che siamo già morti, e che quindi è troppo tardi per farne tesoro. Possiamo solo accettarlo, e così sia.
E tu hai letto l’Immensa distrazione? Sono curiosa di sapere quali sensazioni ti ha lasciato addosso, se ti ha smosso qualcosa, se ti ha fatto riflettere. Io aspetto le tue parole, sempre.


